Due giorni dopo la caduta del fascismo,  nel luglio del 1943, morì a Talacchio Cesare Balestrieri, che lasciò al paese per volontà testamentaria un capitale da utilizzare per aprire un asilo per l’infanzia e un ricovero per i vecchi bisognosi; un’opera che venne realizzata in poco tempo. Soprattutto un’opera che ancora una volta testimonia dello spirito colto e filantropico di questo paese. 

Balestrieri, infatti, figlio di gente semplice che intuisce però l’importanza della istruzione, diplomato come perito agrimensore, cominciò a dedicarsi alla costruzione di strade, ponti e acquedotti, diventò ricco ed in paese era l’unico chiamato “signore”. Uomo da tutti definito gentile, generoso, sempre pronto ad aiutare tutti. 

Si racconta che quando un gruppo di banditi andarono a casa del nonno per estorcere del denaro lui li fece accomodare ed offrì loro da bere e da mangiare, tanto che questi si scusarono e andarono via.  Ma il suo ingente patrimonio non venne utilizzato solo per sé e per i suoi cari, ma per  il prossimo. 

Il ricordo più vivo è quello degli inviti per la sera dell’ultimo dell’anno, quando la veglia fino a mezzanotte veniva rallegrata dal vin brulè fumante  e durante la festa del giovedi grasso, quando Balestrieri invitava tutto il paese e anche la gente delle vicine campagne al suo Galà e si mangiava e si ballava fino al mattino.  

Il palazzo  aveva un giardinetto dove invitava a giocare a bocce. Tutti i giorni poi il calzolaio Miola, addetto al suono delle campane, passava da Balestrieri a bere un bicchierino in modo che il suono delle campane fosse più allegro. 

L’opera pia famiglia Balestrieri è la scritta che ancora oggi resta in paese a testimoniare la sua generosità e la vocazione alla cultura.